Maria Chindamo: una memoria che non si arrende

A dieci anni dalla sua scomparsa, il nome di Maria Chindamo continua a interpellare le nostre coscienze.

Il 6 maggio 2016 Maria Chindamo, imprenditrice agricola di 41 anni e madre di tre figli, veniva sequestrata nelle campagne di Limbadi, in provincia di Vibo Valentia. Da allora il suo corpo non è mai stato ritrovato.

La sua vicenda è una delle tante storie che raccontano la violenza e la pervasività della ’ndrangheta, ma anche il prezzo che può essere imposto a chi sceglie di vivere la propria vita con autonomia e libertà.

Intorno alla scomparsa di Maria, negli anni, sono state costruite ricostruzioni, insinuazioni e giudizi sulla sua vita privata. È un meccanismo che conosciamo bene: quando una donna diventa vittima della violenza mafiosa, si tenta talvolta di trasformarla in responsabile della propria sorte, di insinuare che abbia provocato ciò che le è accaduto, di colpire la sua dignità anche dopo averle tolto la vita.

Non possiamo accettarlo.

Maria Chindamo merita di essere ricordata innanzitutto per ciò che era: una donna, una madre, un’imprenditrice, una persona che aveva il diritto di scegliere della propria vita senza per questo diventare bersaglio di violenza, intimidazione o vendetta.

La sua memoria vive anche nella determinazione della sua famiglia e, in particolare, del fratello Vincenzo, che da dieci anni continua a chiedere verità e giustizia per Maria e per i suoi tre figli.

La sua battaglia ci ricorda che la ricerca della verità non può essere lasciata soltanto ai tribunali. È anche una responsabilità della società civile: delle istituzioni, delle associazioni, della scuola, dell’informazione e di ciascuno di noi.

Come Centro culturale Giorgio Ambrosoli, sentiamo questa responsabilità in modo particolare.

Giorgio Ambrosoli ci ha insegnato, con la sua vita e con il suo sacrificio, che la legalità non è una parola astratta. È una scelta quotidiana. È la capacità di non voltarsi dall’altra parte quando prevalgono la prepotenza, l’intimidazione e l’interesse criminale.

Per questo vogliamo mantenere vivo il nome di Maria Chindamo.

Ricordarla significa sottrarla al silenzio.
Ricordarla significa restituirle dignità.
Ricordarla significa stare dalla parte della verità.

A dieci anni dalla sua scomparsa, mentre il percorso giudiziario cerca di fare luce sulle responsabilità, restano domande che attendono risposta.

Noi continueremo a porle.

Per Maria.
Per i suoi figli.
Per la sua famiglia.
Per una società nella quale nessuna vittima debba essere lasciata sola.

Maria Chindamo non deve scomparire anche dalla nostra memoria.

 

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