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Giorgio Ambrosoli, ucciso per aver fatto «politica in nome dello Stato»

Sono passati trentaquattro anni da quell’11 luglio del 1979. Quella sera Giorgio Ambrosoli aveva invitato alcuni amici a casa sua per assistere in compagnia all’incontro di boxe tra Lorenzo Zanon e Alfio Righetti per il Campionato europeo dei pesi massimi. Dopo avere cenato in un ristorante poco lontano, si piazzano davanti al televisore. Squilla il telefono, Ambrosoli risponde ma dall’altra parte c’è il silenzio. Per lui non era una novità: aveva già ricevuto minacce di morte e, in qualche modo, aveva imparato a conviverci.

(Dalla lettera di Giorgio Ambrosoli alla moglie Annalori )

giorgio ambrosoli1“ E’ indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l’incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un’occasione unica di fare qualcosa per il paese […] Qualunque cosa succeda […] dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto [… ] Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il paese, si chiami Italia o si chiami Europa.”

La lezione di Giorgio Ambrosoli

Giorgio Ambrosoli venne assassinato a Milano con tre colpi di rivoltella sparati da un sicario di Cosa Nostra americana, William Joseph Aricò, giunto appositamente dagli Stati Uniti, su mandato di Michele Sindona, il finanziere siciliano affiliato alla “famiglia Gambino” e legato alla P2, nonché proprietario di quella Banca Privata Italiana ( nella quale erano confluite la Banca Unione e la Banca Privata Finanziaria) della quale l’avvocato Ambrosoli nel settembre 1974 era stato nominato dal governatore della Banca d’Italia Guido Carli commissario liquidatore.