Rosate inaugura il Giardino dei Giusti: un luogo di memoria che parla al presente

 Sotto il sole di una giornata di festa, amministratori, associazioni e testimoni del nostro tempo hanno ricordato il valore della responsabilità individuale e dell’empatia, davanti a uno spazio pensato per educare soprattutto le nuove generazioni.

Una luminosa giornata di sole ha fatto da cornice, domenica 8 marzo, all’inaugurazione del Giardino dei Giusti di Rosate, realizzato nell’area verde davanti al Centro Civico. Il cielo sereno sembrava quasi accompagnare il significato dell’iniziativa: un luogo che invita a guardare con fiducia al futuro, ricordando donne e uomini che nei momenti più difficili della storia hanno scelto di difendere la dignità umana.

Il giardino entra a far parte della rete internazionale promossa da Gariwo – la Foresta dei Giusti – e si colloca in uno spazio particolarmente significativo per la vita del paese: accanto alla biblioteca e al Centro Civico, in una zona frequentata soprattutto dai giovani. Non un luogo periferico o simbolicamente isolato, ma uno spazio che dialoga con la dimensione culturale della comunità, con lo studio, la lettura e l’incontro.

Ad aprire la cerimonia è stato il sindaco di Rosate, Carlo Tarantola, che ha ringraziato i presenti e i rappresentanti dei comuni vicini, sottolineando il valore simbolico e civico di questo nuovo spazio. Il Giardino dei Giusti – ha spiegato – nasce come un luogo semplice ma profondamente significativo, destinato a diventare non soltanto un’area verde, ma uno spazio di memoria, riflessione e impegno civile.

Il sindaco ha ricordato che i Giusti sono persone che, in tempi difficili, hanno scelto di non voltarsi dall’altra parte: uomini e donne che hanno difeso la dignità umana, protetto i perseguitati e dimostrato con il loro coraggio che anche un singolo individuo può fare la differenza. «La storia – ha osservato – non è fatta solo dalle decisioni dei grandi potenti, ma anche dai gesti e dalla responsabilità di coscienza delle persone comuni». Proprio per questo i Giusti non sono figure irraggiungibili: sono persone che, di fronte all’ingiustizia, hanno deciso di agire.

Questo luogo, ha sottolineato Tarantola, nasce soprattutto per parlare alle nuove generazioni. Ogni albero e ogni targa raccontano una scelta: difendere la libertà, la solidarietà, il rispetto dell’altro e la pace. In un tempo segnato da conflitti, discriminazioni e violenze, spazi come questo diventano ancora più necessari, perché ricordano che la responsabilità di costruire una società più giusta appartiene a tutti. Il Giardino dei Giusti – ha concluso – dovrà diventare un luogo vivo, frequentato soprattutto dai giovani che ogni giorno attraversano quest’area del paese: uno spazio in cui fermarsi, riflettere e imparare che anche nei momenti più bui della storia esiste sempre la possibilità di scegliere il bene.

Subito dopo è intervenuto Salvatore Pennisi, rappresentante del settore educazione della Fondazione Gariwo, che ha portato i saluti del presidente della fondazione, Gabriele Nissim. Pennisi ha espresso gratitudine alla comunità di Rosate per aver contribuito ad ampliare la rete dei Giardini dei Giusti nel mondo, che oggi supera i 300 giardini.

Nel suo intervento ha ricordato come il progetto sia nato oltre venticinque anni fa con il primo Giardino dei Giusti a Milano e come, nel tempo, sia cresciuto con l’obiettivo di diffondere un messaggio di speranza nell’essere umano, in particolare tra le giovani generazioni. Proprio per questo Gariwo ha promosso una Commissione educazione dedicata a coinvolgere studenti e scuole in un percorso di riflessione sulla responsabilità individuale.

Pennisi ha sottolineato che anche nelle ore più buie della storia, quando il male sembra prevalere, c’è sempre qualcuno capace di accendere una luce. Nella tradizione ebraica questa figura è chiamata Giusto: una persona che dimostra, con il proprio gesto, che non tutta l’umanità è dominata dalla violenza e dalla malvagità. Difendendo e salvando i perseguitati, i Giusti riscattano simbolicamente l’intera umanità.

I Giardini dei Giusti rappresentano anche un sentimento profondo: la gratitudine delle vittime salvate verso chi ha avuto il coraggio di aiutarle. Quando una persona perseguitata riconosce il valore di chi l’ha salvata, si crea una possibilità di guarigione morale che aiuta a spezzare il circolo vizioso tra violenza, risentimento e vendetta. Questa intuizione – ha ricordato Pennisi – si deve a Moshe Bejski, sopravvissuto ad Auschwitz, promotore del Giardino dei Giusti a Gerusalemme dedicato ai non ebrei che salvarono ebrei durante la Shoah.

Il messaggio dei Giardini dei Giusti – ha concluso – vuole essere oggi esteso a tutte le situazioni in cui la dignità umana viene violata. In un tempo segnato da guerre e messaggi di odio, diventa essenziale educare al rispetto della vita, alla fiducia negli altri, all’empatia, alla generosità e al coraggio. Gli alberi dedicati ai Giusti rappresentano la vita e indicano un modello di comportamento capace di orientare la società verso un futuro più umano.

Il terzo intervento è stato quello di Giuseppina Sposato, presidente del Centro culturale Giorgio Ambrosoli, realtà che aderisce a GariwoNetwork e promuove nel territorio del Sud Milano la diffusione dei Giardini dei Giusti.

Sposato ha invitato il pubblico a immaginare questo giardino tra vent’anni: un ragazzo o una ragazza che passerà di qui, leggerà quei nomi e si chiederà perché siano stati ricordati. «La risposta – ha spiegato – non è perché erano perfetti, ma perché hanno scelto». Il Giardino dei Giusti non chiede ammirazione, ma responsabilità: non invita semplicemente a celebrare, ma a interrogarsi sul proprio ruolo nella storia.

Il Centro culturale dedicato a Giorgio Ambrosoli – ha ricordato – ha scelto di entrare nel GariwoNetwork proprio per la profonda affinità tra il messaggio dei Giusti e l’eredità morale dell’avvocato milanese. Ambrosoli non cercò l’eroismo: parlava di dovere e di servizio allo Stato. Ma quando fu chiamato a decidere, scelse di non piegare la propria coscienza. È la stessa radice morale che ritroviamo nei Giusti: la responsabilità individuale come argine contro l’ingiustizia.

Nel giardino di Rosate sono stati ricordati cinque figure che parlano con forza anche al presente: Antonio Bello, conosciuto come don Tonino Bello, per il suo impegno per la pace e la nonviolenza; Piero Calamandrei, tra i padri della Costituzione italiana; Aldo Capitini, che introdusse in Italia il pensiero della nonviolenza; Hannah Arendt, che ha analizzato i totalitarismi e il valore della responsabilità personale; e Narges Mohammadi, simbolo contemporaneo della lotta per i diritti umani e per la libertà.

Durante la cerimonia l’assessora alla cultura, Silvia Nidasio, ha richiamato l’importanza di coinvolgere anche i più giovani nel percorso educativo legato al Giardino dei Giusti. Per questo ha citato l’albo illustrato L’orco del piano di sotto di Olivier Dupin e Barroux, una storia ambientata durante la Shoah che racconta come un portiere apparentemente burbero, temuto da due bambine ebree, si riveli invece il loro salvatore. Nascondendole nella sua folta barba, l’uomo riesce a proteggerle dalle persecuzioni naziste. Il libro diventa così una metafora dei Giusti tra le nazioni, ricordando ai più giovani che anche nei momenti più oscuri l’umanità e il coraggio possono prevalere.

Il momento più intenso della mattinata è arrivato con le testimonianze di due Giusti del nostro tempo: Vito Fiorino, onorato nel Giardino dei Giusti virtuale di Milano, e don Massimo Mapelli, onorato nel Giardino dei Giusti di Rozzano.

A introdurre il loro intervento è stata l’assessora alla cultura del Comune di Rosate, Silvia Nidasio, che ha ricordato il primo incontro con don Mapelli durante un evento di BookCity alla biblioteca di Basiglio. In quell’occasione, ha raccontato, il sacerdote aveva pronunciato una frase rimasta impressa: «La vita e il mondo si iniziano a cambiare quando si cambia prospettiva e si guarda dal basso, perché dal basso si vede tutto fino in alto». Una prospettiva che sintetizza bene il senso del suo impegno accanto alle persone più fragili.

Don Massimo Mapelli, sacerdote della diocesi di Milano, da molti anni vive e lavora accanto ai minori stranieri non accompagnati. Nel suo intervento ha raccontato come la sua esperienza di accoglienza lo abbia portato a condividere la vita quotidiana con centinaia di ragazzi arrivati in Italia da soli, spesso dopo viaggi drammatici e segnati dalla violenza. «Io parlo di fortuna – ha spiegato – perché in questi anni ho condiviso la mia casa con circa 1700 persone di 92 nazionalità diverse. Molti dicono che noi abbiamo fatto del bene a loro, ma io dico che loro hanno fatto del bene a me: mi hanno aperto la mente e il cuore».

Guardare il mondo dalla prospettiva di chi “non conta nulla” cambia radicalmente il modo di leggere la realtà. Mapelli ha ricordato come un ragazzo di dodici o tredici anni arrivato dalla Guinea o dall’Egitto, senza famiglia e senza protezione, si trovi spesso di fronte a una solitudine totale. «Per un minore italiano – ha spiegato – si crea una rete fatta di assistenti sociali, avvocati, tutori. Per un minore straniero non accompagnato spesso c’è solo un’assistente sociale. Eppure la Convenzione sui diritti dell’infanzia dice che sono tutti uguali».

L’accoglienza diventa allora un gesto concreto di responsabilità civile. Nelle comunità che coordina, vivono oggi decine di ragazzi che studiano, lavorano e cercano di costruire un futuro. Alcuni di loro, una volta diventati maggiorenni, hanno iniziato a restituire al territorio ciò che hanno ricevuto: partecipano ad attività di volontariato, aiutano nelle case popolari o accompagnano altri ragazzi in percorsi di integrazione. «Quando vivi accanto a queste storie – ha detto Mapelli – capisci che non basta dire che qualcuno ha torto o ragione. La domanda vera è: vuoi avere ragione o vuoi essere felice? Se vuoi essere felice, bisogna iniziare a costruire qualcosa insieme».

Il sacerdote ha raccontato anche l’esperienza della Libera Masseria di Cisliano, bene confiscato alla criminalità organizzata trasformato in luogo di accoglienza e di impegno civile. Qui convivono percorsi diversi: l’ospitalità ai minori migranti, il sostegno a persone in difficoltà del territorio e iniziative sociali che coinvolgono cittadini e volontari. «La cosa più pericolosa – ha concluso – è pensare di essere impotenti. In realtà tante cose dipendono da noi. Quando le persone si mettono insieme e decidono di agire, scoprono che davvero insieme si può».

Dopo il suo intervento è stata presentata la testimonianza di Vito Fiorino, protagonista di uno dei gesti di solidarietà più emblematici legati alle tragedie del Mediterraneo.

Con grande emozione, Vito Fiorino ha ricordato il gesto che lo ha reso un simbolo di umanità.
Era la notte del 3 ottobre 2013 quando, al largo di Lampedusa, un’imbarcazione carica di migranti partiti dalla Libia prese fuoco e si capovolse, provocando una delle più gravi tragedie del Mediterraneo.

Quella notte, per una coincidenza che lui stesso definisce “destino”, Fiorino si trovava con la sua barca a poche centinaia di metri dalla costa. All’alba, tra il buio e le prime luci del giorno, lui e i suoi amici cominciarono a sentire delle grida provenire dal mare. Avvicinandosi, scoprirono una scena drammatica: centinaia di persone erano in acqua e chiedevano disperatamente aiuto.

La sua imbarcazione era omologata per nove persone, ma di fronte a quella scena decise di non voltarsi dall’altra parte. «In quel momento non puoi fermarti a fare calcoli – ha raccontato – quando hai davanti persone che ti guardano negli occhi e ti chiedono di vivere». Lanciando salvagenti e issando i naufraghi a bordo, Fiorino riuscì a trarre in salvo 47 persone.

Nel suo racconto non c’è orgoglio, ma soprattutto il dolore per le centinaia di vittime che non è stato possibile salvare. «Io non voglio parlare di numeri – ha detto – ma di nomi, di persone». Per questo ha voluto realizzare a Lampedusa un memoriale che ricorda le vittime della tragedia: un luogo dove ogni anno i sopravvissuti e i familiari tornano per commemorare chi ha perso la vita.

Fiorino ha ricordato anche la sua storia personale: negli anni Cinquanta la sua famiglia emigrò dal Sud Italia a Milano, vivendo per anni in una cantina perché allora non si affittava ai meridionali. «Oggi – ha osservato – cambiano le parole, ma il rischio è lo stesso: dimenticare che anche noi siamo stati migranti».

Le testimonianze di don Massimo Mapelli e Vito Fiorino hanno trasformato la cerimonia in un momento di forte partecipazione emotiva. Le loro parole hanno reso concreto il messaggio del Giardino dei Giusti: la responsabilità individuale non è un concetto astratto, ma una scelta che si compie ogni giorno, spesso in silenzio, quando qualcuno decide di non restare indifferente di fronte alla sofferenza degli altri.

Il Giardino dei Giusti nasce infatti come luogo educativo permanente. Ogni albero rappresenta una scelta. Ogni nome è una domanda rivolta alle nuove generazioni: cosa significa oggi essere responsabili? Come possiamo difendere la dignità umana nel nostro tempo?

Se nel giorno dell’inaugurazione la presenza è stata prevalentemente adulta, il giardino è destinato a diventare presto anche uno spazio frequentato dagli studenti. La vicinanza alle scuole permetterà infatti di organizzare visite e percorsi didattici, affinché il dialogo con queste storie diventi occasione di riflessione e crescita.

Così, nel cuore di Rosate, accanto alla biblioteca e ai luoghi della cultura, la memoria non resta un gesto simbolico. Diventa una proposta rivolta al futuro: un invito a ricordare che, anche nelle scelte quotidiane, ciascuno può decidere da che parte stare.

Giuseppina Sposato

Presidente del Centro culturale “Giorgio Ambrosoli”

 

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