Cosa hanno davvero in comune i Giardini dei Giusti di Gariwo?
Se guardiamo alla composizione della rete internazionale forse a prima vista sembra molto poco.
Sono diversi i luoghi, dalle città segnate dalla memoria del Novecento ai territori attraversati da più recenti guerre e disumanizzazioni ripetute.
Sono diverse le storie di Giusti che scelgono di raccontare: storie di chi ha rischiato la propria vita durante genocidi per salvare vite umane, storie di chi si è battuto per la verità durante dittature e guerre, ma anche di chi, ancora più visionario, ha previsto sfide poi diventate contemporanee e urgenti, come la necessità di prendersi cura delle persone tanto quanto dell’ambiente.
Sono diversi perfino gli attori che decidono di abbracciare l’idea universale di un Giardino dei Giusti dell’Umanità: società civile, centri culturali, scuole, università, amministrazioni pubbliche.
E sono diversi, inevitabilmente, anche l’impatto emotivo e lo sguardo con cui ciascuna comunità interpreta il passato, la Storia e anche l’attualità. Eppure, proprio dentro questa pluralità, esiste un punto fermo che unisce tutti: la convinzione che l’Umanità sia il valore universale da cui partire e da preservare, partendo dagli esempi di chi lo ha fatto.
L’anniversario del 6 marzo supera i formalismi e diventa un’occasione preziosa per riflettere e osservare il mondo attraverso la finestra interpretativa che ciascun Giardino ogni anno ci regala.
A Marsiglia, il Giardino nasce dalla collaborazione con il Centre Fleg, con l’obiettivo chiaro di trasmettere la memoria del bene come strumento educativo “piantando coraggio”, come ha ricordato lo scorso 6 marzo la direttrice del centro, Evelyne Sitruk. Non è solo uno spazio simbolico, ma coinvolge l’intero tessuto sociale della città, avendo l’obiettivo principale di prevenire discriminazioni raccontando le storie dell’Altro, e rivendicando una memoria universale dell’essere umano, capace di unire storie diverse in un’unica narrazione etica. Si parte dall’eredità culturale dell’omonimo scrittore e drammaturgo alle storie legate al Genocidio armeno, alla Shoah e al Genocidio dei Tutsi in Rwanda (leggi qui il discorso di Evelyne Sitruk).
Anche a Varsavia, nel cuore di uno dei luoghi più simbolici della memoria europea, il Giardino dei Giusti continua a rinnovare il suo significato. In occasione della Giornata dei Giusti 2026 sono stati annunciati nuovi nomi — tra cui Khosrow Alikordi, Dimitar Peshev e Frozan Safi — figure che, in contesti diversi, hanno difeso la dignità umana e la libertà . In un luogo segnato dalla distruzione del ghetto, la scelta di nuovi Giusti non è solo commemorazione, ma un atto di continuità morale: un modo per ricordare che, anche nella Storia più tragica, esiste sempre la possibilità di scegliere il bene.
Questa tensione tra memoria, responsabilità e fiducia nell’essere umano e nel futuro emerge con particolare forza anche dall’esperienza del Giardino di Neve Shalom – Wahat al-Salam, dove la convivenza tra arabi palestinesi ed ebrei israeliani non è un’idea astratta, ma una pratica quotidiana. In una recente lettera, scritta nel pieno di un nuovo ciclo di violenza, la comunità del villaggio ha ricordato con lucidità che sono sempre i civili innocenti a pagare il prezzo della guerra, ribadendo al tempo stesso una convinzione radicale: “la costruzione della pace è l’unica via possibile per l’umanità”.
Nonostante la paura, i rifugi, le sirene, la loro scelta resta quella di continuare a educare alla pace, a lavorare per il dialogo, a costruire relazioni. Qui il Giardino dei Giusti non è solo memoria, ma resistenza morale quotidiana: la decisione di non cedere alla logica dell’odio. È forse una delle espressioni più profonde di ciò che unisce la rete Gariwo: la capacità di restare fedeli a un’idea di umanità anche quando la realtà sembra negarla. Come scriveva Viktor Frankl, “all’uomo si può togliere tutto, tranne una cosa: l’ultima delle libertà umane, quella di scegliere il proprio atteggiamento in qualsiasi insieme di circostanze”. È questa libertà interiore che i Giusti incarnano e che i Giardini custodiscono.
Dall’altra parte del mondo, invece, in Argentina, il Giardino di Mar del Plata si radica nella memoria della dittatura e nella forza delle Madres e Abuelas de Plaza de Mayo: qui la ricerca della verità diventa una pratica collettiva, una forma di giustizia che restituisce dignità alla verità e alle sofferenze di intere famiglie. Tutto questo si traduce innanzitutto con le pratiche educative di racconto e lezioni all’aperto in collaborazione con l’Universidad Nacional, che offre strumenti per aumentare la consapevolezza di giovani cittadini (leggi qui la riflessione di Pedro Becchi).
A Kamonyi, in Rwanda, il Giardino gestito dall’organizzazione SEVOTA rappresenta qualcosa di ancora più profondo: un vero e proprio ponte tra memoria e futuro, uno spazio concreto e sicuro di riconciliazione che nasce dal lavoro di chi, come Godelieve Mukasarasi, dopo il genocidio, ha scelto di investire tempo e risorse emotive per ricostruire una comunità lacerata, partendo dai legami più complessi: quelli tra vittime e carnefici, andando oltre il perdono e diventando un esempio e un caso di studio nel mondo (qui tutte le fotografie).
Questa dimensione concreta e partecipativa della democrazia emerge con forza anche da esperienze come quella del Giardino dei Giusti in Albania. A Tirana, all’interno dell’università, la scelta del nuovo Giusto per il 2026 è avvenuta attraverso un processo di votazione condivisa, che ha coinvolto studenti e comunità accademica in un momento di confronto e responsabilità collettiva . Non si tratta solo di individuare una figura da commemorare, ma di esercitare una pratica democratica reale: discutere, scegliere, assumersi la responsabilità di una decisione comune. In questo senso, il Giardino diventa un luogo in cui la memoria si intreccia con la formazione civica, offrendo alle nuove generazioni uno spazio in cui sperimentare concretamente cosa significhi partecipare (maggiori informazioni qui).
E infine si aggiungerà nel nuovo anno anche Salonicco, dove è stato approvato un nuovo Giardino dei Giusti, il progetto assume un significato fortemente simbolico: creare uno spazio educativo e memoriale in una città segnata dalla quasi totale distruzione della comunità ebraica durante la Shoah. Il Giardino nasce per restituire voce alla memoria e trasformarla in uno strumento educativo rivolto soprattutto ai più giovani, per poter collegare passato e presente.
Storie lontane, sensibilità differenti e un dialogo costante tra passato e presente.
I Giardini dei Giusti sono spazi vivi, in cui si riconosce che ogni essere umano, anche nelle condizioni più estreme, conserva una possibilità di scelta. È questa idea, centrale nel pensiero di Gabriele Nissim e della Fondazione, che tiene insieme la rete internazionale: la fiducia nella responsabilità individuale come fondamento della convivenza. E allo stesso tempo, i Giardini ci ricordano ciò che Hannah Arendt ha insegnato: la responsabilità di pensare e di non rinunciare al proprio giudizio. se il male può diventare banale quando smettiamo di interrogarci, i Giusti rappresentano l’opposto: la scelta consapevole di restare umani.
Perché ha ancora senso creare Giardini?
Le istituzioni democratiche si trovano oggi ad affrontare una serie di sfide complesse e spesso contraddittorie: il progressivo calo della partecipazione elettorale, l’aumento delle disuguaglianze sociali e l’esclusione della cittadinanza dai reali processi decisionali. Al contempo, come osserva Nadia Urbinati, prende piede «l’illusione di una presenza continua del cittadino nel processo decisionale», senza tuttavia garantire un reale accesso al potere e soprattutto al cambiamento.
Questa tensione tra partecipazione e rappresentanza non è nuova: già Hannah Arendt, in On Revolution, sottolineava come la libertà politica non si esaurisca nell’espressione della volontà, ma richieda spazi condivisi di azione e confronto, dove i cittadini possano esercitare realmente il loro ruolo e riconoscere il conflitto come elemento costitutivo della democrazia e la risoluzione pacifica del conflitto attraverso il dialogo mettendo in guardia contro le derive di una partecipazione solo apparente, incapace di tradursi in un autentico confronto politico. In quest’ottica i Giardini potrebbero quindi ritagliarsi sempre più, nelle proprie comunità, un ruolo sociale e politico di democrazia sostanziale, rappresentando platealmente la pluralità, nonostante le contraddizioni e difficoltà concettuali che ne possono emergere.
I Giardini, quindi, nonostante tutto risultano un unicum, pur nelle differenze, perché partono da una stessa domanda, ogni volta reinterpretata in base all’attualità che cosa significa essere umani oggi? E anche perché hanno un obiettivo comune: essere un monito costante per proteggere chi proteggere e tentare di salvare, almeno la memoria, di chi ha salvato a sua volta.
Il sentimento di Umanità, negli spazi dei Giardini, non è una parola astratta, ma non è nemmeno un obiettivo programmatico. È una tensione, una direzione, forse anche una conquista mai definitiva. È insieme un punto di partenza e un orizzonte verso cui tendere. Ed è proprio questa tensione che rende la rete dei Giardini dei Giusti uno spazio unico: un luogo in cui la memoria diventa responsabilità, la responsabilità diventa azione, e l’azione costruisce, giorno dopo giorno, una democrazia più consapevole e più umana.
Benedetta Macripò, Responsabile Gariwo Network

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